[vc_row][vc_column width=”1/2″][vc_column_text]… Mos Painéis com casas, igrejas arvoredo e anjos, estes num trecho da obra, quase sorrealista ou magico, fica patente a alma poetica de Diana, criando un mundo imaginario, bem melhor deste em que vivemos.

Ivo Zanine
1978 – Folha de São Paulo (Brasile)

…Os painéis expostos sao de uma artista que neles reune esplendidamente o assim chamando «Gosto decorativo», síntese de pintura e escultura, tendo em conta o destino do trabalho: fasit serà para o visitante notar a vivacidade píctorica e o domínio da técnica, obtendo um esmalte agradavel rico de sensibilidade que apresenta uma demonstracao da sua valiosa experiencia e nao menos brilhante capacidade.

Pietro Maria Bardi
Direttore del Museo di Arte Moderna di San Paolo del Brasile

[/vc_column_text][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_column_text]DIANA FRANCO estudou em Perugia obtendo o diploma em pintura na Academia de Arte, em Napoles obteve o diploma de Magistério na arte da cerâmica.
E há muitos anos, professora no “Istituto d’Arte” de Nápolesnas cadeiras de arte da cerâmica, pintura, desenho de realidade, educação visual e diretora dos laboratórios.
Participou corno convidada nas principais manifestações artisticas nacionais e no exterior com exposições pessoais em Napoles, Capri, Ischia, Benevento, Roma, Florença, Paris e coletivas em Milão, Palermo, Florença, Londres e Frankfourt.
A arte da cerãmica em determinado tempo foi tradicional no Brasil, pois os portuguêses a aplicaram na arquitetura das igrejas e mais nas construções de casas. No Oitocento ainda perdurava o uso que posteriormente quase desapareceu, notandose um generoso reviva! quando os jovens arquitetos, animados por Le Corbusier, construiram o edificio do Ministério da Educação e Saúde no Rio. A cerâmica ornou as paredes inferiores da fachada, desenhadas por Cândido Portinari e executada no atelier paulista de Paulo Rossi Osir, o qual lembro corno mestre do setor, tendo corno colaboradores Volpi, Zanini, Burle-Marx.
E justo lembrar nesta breve crõnica tais elementos, corno também não esquecer o labor de Giuliana Segre, apresentando agora a exposição da ceramista italiana Diana Franco, professora do Istituto Statale d’Arte de Napoles, na especialização das artes industriais, alegando o curriculum que apresenta uma demonstração da sua valiosa experiência e não menos brilhante capacidade. Os painéis expostos são de uma artista que neles reune esplêndidamente o assim chamado Igõsto decorativo’, síntese de pintura e escultura, tendo em conta o destino do trabalho:
compiementação e integração da arquitetura. Fácil será para o visitante notar a vivacidade pictórica e o dominio da tecnica, obtendo um esmalte agradável, rico de sensibilidade que bem resolve o decor das paredes e dos pisos. Talvez esta mostra de Diana Franco abra novos caminhos entre nós à arte cerâmica.

Pietro Maria Bardi

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column width=”1/2″][vc_column_text css=”.vc_custom_1490952384599{padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}”]Di fronte a una superficie dipinta ci poniamo sempre in una prospettiva estetica, la sola capace di rivelarci che l’opera d’arte conferisce alle cose che rappresenta ‘ un’esistenza indipendente dalla loro natura, come se fossero radicate in una regione dell’anima dove tutto esiste in maniera differente che nello stato di oggetto.
Di fronte al quadro noi prendiamo coscienza dell’opera d’arte: di fronte al filtro colorato di una vetrata noi ci disponiamo all’abbandono della contemplazione. Dipende forse dall’attitudine a guardare dentro se stessa, se Diana Franco, da pittrice e ceramista, si è trasformata in un laborioso mastro vetraio.
Perché il vetro?
Sul vetro ogni colore si deve interpretare in termini di vita latente. Qui tutto muta a seconda che la luce muta di intensità. E questo mutamento di intensità, che in pittura viene creato artificialmente per mezzo dei valori, sul vetro genera naturalmente lo splendore, cioè quel chiarore privo di crudezza e di immediata violenza che è il bagliore, ma che riluce quasi sacralizzato dalla distanza e dal divieto che ci vien fatto di riconoscerne esattamente la fonte. Sul vetro ogni colore comunica la sua particolare vibrazione, il suo principio, pur modificandosi al confronto degli altri colori presenti; ognuno di essi risuona, si perde e si ritrova in tutti gli altri. Sul vetro il colore risveglia la luce; l’aria è attraversata da riflessi e da scambi, e questi riflessi si depositano gli uni sugli altri come sulla nostra coscienza. Sul vetro – poiché il colore qui è nudo – si dipingono tutte le metamorfosi attraverso le quali passa una visione, che è stato d’animo, col variare della luce, che è disposizione alla fantasticheria.
Il vetro, di fatto, non copre la realtà del mondo, ma la indica e la vieta; esso invita a formulare infinite ipotesi sul suo aldilà umano – forse è per questo che è il più mistico dei materiali – e propone la decifrazione di un destino. Il vetro separa e unisce, nasconde e offre; altrettanto ambiguo quanto la nebbia e altrettanto favorevole alla ricerca immaginaria dell’essere. Ed è questo il punto al quale Diana Franco vuole approdare: giungere in un fuoco solare al quale solo quella nebbia variamente colorata potrà condurla per introdurla nell’intimità del suo essere. E…[/vc_column_text][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_column_text css=”.vc_custom_1490952490524{padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}”]questa nebbia dipinta sul vetro ha la magia dell’annunciazione. Ma è una annunciazione inferalne. Qui infatti vi si scorge una lotta, che è essenzialmente morale, tra l’essere che vuole prendere coscienza di sé, e l’energia di una voluttà troppo intensa, assai prossima alla vertigine e allo stordimento, che gli si oppone assopendolo. Per indulgere alla tentazione del troppo intenso, la Franco impone al colore una progressiva solidificazione; la superficie si ispessisce, si condensa, si coaugula e si rapprende fino a diventare pietra luccicante: una pietra colorata naturalmente come una gemma e la cui presenza è come lo scoppio ribelle di una lacerazione. La tecnica impiegata dall’artista può essere discutibile (niente più segmenti di stagno come elementi di coesione) ma l’effetto è sorprendente. E per la Franco, che lavora sull’effetto, tutto è perfettamente coerente. L’effetto è una rapidissima rottura di equilibrio. La pietra trasparente e colorata diventa un limite di quella cortina nebbiosa attraverso la quale passava la luce con i suoi riflessi cangianti. Essa ne concentra e ne indurisce la densità, ne costituisce uno stadio dolorosamente contratto. È come se la luce, incapace di penetrare la profondità, esplodesse sulla superficie. Ed è questo lo stesso effetto che la Franco raggiunge interponendo tra due lastre dipinte una rete dorata, che genera un improvviso bagliore. In questa rete l’occhio si impiglia e si smarrisce. E in questo nuovo arresto della coscienza, che dissolve il tempo e confonde lo spazio, si sfocerebbe nell’immensità del vuoto, se il colore non assumesse una mobile liquidità, che per essere né troppo trasparente, né troppo opaca, gli conferisce una forza rivelatrice. Il cammino di Diana Franco, così, non si conclude: attraverso il riverbero, lo splendore, lo sfavillio infuocato o il riflesso smorzato, essa forse non cerca che di sfuggire alla duplice fatalità della sua solitudine e della sua discontinuità.

Maria Roccasalva
Critica dell’«Unità»

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column width=”1/2″][vc_column_text]Le “vetrate” di Diana Franco hanno ben poco in comune con la tecnica tradizionale di questo genere artistico, poiché esse escludono ogni procedimento di intarsio e si qualificano, invece, immediatamente per l’evidenza del momento pittorico. La trasparenza del supporto adoperato, l’uso cioè di uno schermo diafano, serve soprattutto a esaltare la qualità del colore e delle sue articolazioni formali che, per il fatto di essere investite e attraversate dalla luce, non tendono a svaporare o quasi a svanire nell’aria, ma risultano investigate nel loro spessore come per effetto di un’attenta ispezione radiografica.
La luce che trapassa, con varia intensità, le lastre di vetro ha, però, ancora un’altra funzione; che è quella di accostare e fondere tra loro, nella virtualità della rappresentazione pittorica, i diversi ed eterogenei materiali cui spesso l’artista ricorre: dalle elette pietre colorate ai grezzi e radi tessuti. Pittura su vetro, dunque, si potrebbe dire questa della Franco, dove, però, la luce nella sua fisicità reale gioca un ruolo decisivo di elemento catalizzatore dello stile, di «reattivo» che determina il primo insorgere dell’immagine e insieme la sua precipitazione finale.

Vitaliano Corbi
Critico del «Mattino»

[/vc_column_text][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_column_text]A un certo punto un artista si libera inaspettatamente delle remore e delle convenzioni accademiche che lo hanno bloccato finora, siano esse di carattere tradizionale che avanguardistiche; in questo stadio l’artista si ritrova vergine, a contatto con le forze istintive e misteriose della personalità e del proprio potere creativo, in una parola, dell’istinto che guida inconsciamente i gesti e l’operare artistico. Questo felice momento è accaduto nelle ultimissime composizioni pittoriche di Diana Franco. Di colpo, infatti, la sua fantasia ha preso il sopravvento e si è imposta energicamente, affermandosi, specie in alcuni dipinti su vetro, che potrebbero definirsi vetrate, ma che in realtà non hanno alcun rapporto con le vetrate di contenuto mistico o laico, sull’esempio, tanto per citare alcune opere, di Chagall, di Rouault, di Matisse, di Braque, di Beckmann.
Nell’opera di Diana – mi riferisco specificamente a una pittura, che definirei veduta notturna, di un paesaggio marino, intitolata dalla autrice Città sommersa – il contenuto scaturisce da un’ispirazione automatica, selvaggia, che confina addirittura col gioco. Nella Città sommersa, in Empireo astrale, in Emanazione radiante nello spazio, l’attribuzione dei contenuti è un fatto puramente soggettivo, scaturisce da certe casuali analogie di forme e di colori legati soltanto al semplice gusto del «fare». Certo, la tecnica adottata da Diana è, di per sé, un fattore ludico: esprime io stupore felice dei bambini di fronte alle impreviste e imprevedibili creazioni dettate dall’innocenza immaginativa. La pittura è realizzata su cristalli sovrapposti, sui quali sono incastonati, come in un collage materico, frammenti di vari materiali di quarzo, i quali, oltre al valore cromatico in sé, assumono aspetti e forme imprevedibili, di luminosità, nel contesto di composizioni che somigliano senza volerlo a un notturno, e altri temi di carattere spaziale e atmosferico, che sono frutto di pura astrazione, senza alcun legame con la realtà naturalistica e paesaggistica, sull’esempio di Kandinsky. Un’opera che colpisce per i! mistero della sua fattura e per la elementare e automatica percezione di un’immagine concepita come per caso, è il dipinto Città sommersa, un’opera esemplare, mi sembra, a dare il senso dell’apertura ideale e fantastica dell’ultima sua produzione.

Paolo Ricci
Critico dell’«Unità»

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column width=”1/2″][vc_column_text]Diana Franco, abbandonato il suo lavoro di ceramista e pittrice “tradizionale” (almeno per i mezzi usati), da qualche anno si va applicando a una diversa tecnica, quella della pittura su vetro. E potremmo chiamare queste sue nuove creazioni “vetrate” se, a diversificarne il carattere dall’immagine stereotipa che il termine quasi per definizione ci richiama alla mente – e che comporta sempre qualcosa di preordinato o rigido per il suo procedimento a incastro, e un sospetto di religiosità, per la destinazione e il soggetto in prevalenza sacri – non intervenissero una particolare e personale esuberanza cromatica e una estrosità inventiva, che fanno di queste opere una suite di momenti emotivi fissati e catturati sul vetro con risultati di grande suggestione.
Restano, della “vetrata” tradizionalmente intesa, la trasparenza del mezzo di partenza – la lastra di cristallo, appunto – e il giuoco delle rifrazioni docile e mutevole ai giuochi della luce che vi cade sopra: e che però qui s’impreziosisce e si estenua anche per l’apporto di varie componenti – le strinature allentate delle tele di sacco, le lamine dorate, la sovrapposizione delle schegge di quarzo e d’altre gemme minerali oltre, ovviamente, l’uso dei colori – le quali tutte concorrono a restituirci il modo intenzionale di Diana Franco attraverso un assemblaggio materico e pittorico a un tempo d’assoluta fantasia.
A metà fra il quadro e la scultura, questi pannelli svariano anche fra connotazioni più propriamente figurative (dove però una sorta di virile campitura volumetrica e la libertà del segno allontanano ogni intervento o equivoco naturalistico) e richiami astratti, di un astrattismo o, meglio, di un’astrazione in cui l’elemento materico assume un ruolo preminente che rivestequell’aspetto informe di concrezione uscita dal mare, di relitti scampati a una catastrofe, d’una sua allusiva e arcana misteriosità.
Ma c’è anche, sul piano dei risultati, o in ogni caso sul versante di unapiù mediata lettura, quasi un senso di liberazione interiore, di accensione intrepida e appassionata, di energia magmatica e al tempo stesso di violenza rattenuta, che sembrano configurarsi come un cifrario non poi tanto elusivo per una possibile e meno aleatoria interpretazione del nostro destino, e conferiscono al lavoro di Diana Franco il segno sicuro del suo íneludibile bisogno d’esprimersi e comunicare.

Michele Prisco

[/vc_column_text][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_column_text]Mi pare notevole questa improvvisa impennata d’estro che co sì d. radicalmente stravolge i raffinati ritmi della produzione artistica 1, Diana Franco, pittrice e ceramista di riconosciuta valentia. Già che e stato costante il suo impegno di risolvere in chiave di decorazione moderna e disincantata quella sua prepotente vena inventiva che era i dato insito e irrinunciabile; quasi che l’immagine stessa nascesse, in funzione di fatti architettonici in via di determinazione o addirittura preesistenti, gestiti per una vena continua, a volte quietamente distesa, a volte invece sottilmente sulfurea, luciferina. Proprio questo filone, che fin qui affiorava con una qualche preoccupante intermittenza, sembra ora farsi prevalente in due serie di esperienze meritevoli della massima considerazione: la prima è quella delle grandi figure squadernate nello spazio, entro una cortina di rinfragenza luminosa che vale a farle più che mai fuggevoli e irreali, pura immagine introspettiva, fantasmi dalla complessa e sostanzialmente sfuggente articolazione morale; ma v’è l’altro recente campo d’indagine che, ancor più – ci pare – si staglia nitido nei suoi contorni di raggiunta esperienza decorativa: ed è la nuovissima prova di una preziosa astrazione, di violento empito barbarico, che rinnova ab imis il linguaggio, immettendolo nella sua sperimentazione sottile e insinuante di materie insuete, di dissonanze aliene rispetto ai vincoli della tradizione. E tuttavia neppure potrei dire che queste prove, al confronto delle precedenti, possano suonare come sorpresa o segno di chiara inversione di rotta: perché anche prima, ai tempi dei pulcinella e dei nudini, a loro modo realistici, e cioè verosimili, l’interesse primo, e pur sempre raggiunto, era nella pregnante carica di risonanze decorative, anzi ornamentali, gioiose, sciolte, naturali, espresse con una freschezza di mezzi che ne rappresentava la nota più valida. Ora, questa decisa mutazione morfologica, che rinuncia per sempre al veicolo elementare dell’immagine riconoscibile per affrontare i più ermetici campi dell’astratto (e, più che mai difficili, quelli dell’astratto materia)), riconferma nella stessa misura quelle istanze primarie.
Solo che il tutto appare raggiunto, denso, interiorizzato; ma anche, ci si permetta, più necessario, esplicito, determinante. Segno di una maturità che ormai si attesta su posizioni definitive e significanti.

Raffaello Causa
Sovraintendente per i Beni Artistici
e Storici di Napoli

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column width=”1/2″][vc_column_text]Diana Franco, la giovanissima figliuola di Manfredi, si manifesta – e felicemente – e sotto un nuovo aspetto artistico: quello di ceramista immaginosa e spontanea.
Le sue ceramiche moderne serbano, nella loro intatta lucentezza, l’impronta della sua grazia giovanile, della sua immediata e fresca estrinsecazione attraverso mezzi semplici, variamente gai e decorativi.
La sua fantasia ha l’accento giusto che vale a risolvere le sue realizzazioni in maniera esplicita e con effetti smaltati.

Alfredo Schettini

[/vc_column_text][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_column_text]L’ARTE QUANDO DOMINA LA MATERIA
Ottenere l’obbedienza più assoluta dalla materia, qualunque essa sia, non è da tutti e tra coloro che ne hanno la capacità dev’essere annoverata, sicuramente, Diana Franco: che si tratti dei più tradizionali pennelli, colori e tele, o della ceramica, o del vetro, ovvero di quant’altro consenta d’esprimere quella imitatio veri, in cui consiste l’arte, tutto è dominato da lei con padronanza assoluta; e un assaggio, sostanzioso e “gustoso”, della sua produzione, è presente nel suo studio vomerese, nel Palazzo della Quercia, in via Puccini, dal quale, peraltro, si dominano Napoli e il suo golfo, in una visione panoramica assolutamente mozzafiato. “Figlia d’arte” dev’essere considerata Diana, poiché suo padre, l’architetto Manfredi Franco, fu direttore dell’Istituto d’arte “Palizzi”, del quale progettò la ricostruzione della facciata neorinascimentale su piazzetta Salazar, danneggiata dai bombardamenti, e la realizzazione di quella posteriore, in vico Solitaria. Un altro suo progetto – purtroppo, Irrealizzato – poi, occupa un’intera parete dello studio della figlia, ed è quello della sistemazione della stazione ferroviaria di Napoli, la cui concezione, assolutamente avveniristica, richiama, in qualche modo, quella del Centro Direzionale.

La formazione artistica di Diana comincia a Perugia, nell’istituto d’arte “Bernardino di Betto”, sotto la guida del pittore futurista Gerardo Dottori, e prosegue nell’Istituto d’arte napoletano, dove ella ha tra i maestri Vasco Pratolini, che v’insegna storia dell’arte; e qui, dopo il conseguimento del diploma di magistero, ella rimane a insegnare, affiancando, contemporaneamente, Peppe Macedonio, estroso ceramista vomerese della masseria “Pezzalonga”, nella realizzazione della decorazione della Fontana dell’Esedra nella Mostra d’Oltremare, il cui progetto era stato elaborato da Carlo Cocchia e Luigi Piccinato. La sua preparazione artistica, estremamente completa, le consente di spaziare – come poc’anzi si diceva – dalla ceramica, al mosaico, al graffito, alla vetrata e, soprattutto, alla pittura, realizzata sui supporti più diversi, compresi il vetro e la tela di sacco, perché – ella stessa afferma – la sua arte (che, giova aggiungere, ha sempre pronta la forma più adatta per ciascun contenuto) è fatta di continua ricerca. Tra le sue opere – molte delle quali sono esposte all’estero, da Parigi all’America meridionale (Brasile e Perù) – meritano d’essere menzionate, oltre al paliotto dell’altare della chiesa dei SS. Apostoli, nel quale una spiga è dipinta su una superficie di vetro opaco, i pannelli dl ceramica che ornano, rispettivamente, la sede dell’U.t.e. di Napoli, in via De Gasperi, e quella della ex-Manifattura Tabacchi, in via Emanuele Gianturco. E se i geometrismi del primo, sottolineati dal contorno irregolare dello stesso, manifestano, in maniera più immediata, l’omaggio al futurismo di Dottori, di Umberto Boccìonì o di Giacomo Balla, nell’altro, viceversa, la tendenza al figurativismo è maggiore, con l’immagine di Cristo Buon Pastore, che occupa la parte centrale della scena – il cui cielo è solcato da figure angeliche e colombe dello Spirito Santo – ed è contornata da altre raffigurazioni di Cristo medesimo (in una moltiplicazione simbolicamente significativa dell’onnipresenza divina), intento nei lavori umani più semplici, dalla pesca, all’agricoltura, alla panificazione, quasi a simboleggia la sacralità dei lavori umani. Vincitrice di numerosi premi, tra i quali, il I premio ENAPI, a Roma, il II premio Exposition Universa) et International de Bruxelles, Diana Franco ha partecipato a numerose collettive e, soprattutto, ha esposto in mostre personali, a Napoli (galleria Medu Circolo Artistico) e a Milano (galleria Schettini).

Di lei Piero Girace apprezza l’abilità d’aver «saputo… riunire in sé pittura scultura e decorazione»; delle sue opere Paolo Ricci ha scritto come di «composizioni che somigliano senza volerlo a un notturno e altri temi di carattere spaziale e atmosferico, che sono frutto di pura astrazione, senza alcun legame con la realtà naturalistica e paesaggistica»; i caratteri della sua arte sono sintetizzati, infine, da Domenico Galasso, nel senso dì una «inesauribile vitalità creativa in uno sfolgorio di luci che ricompone in felice armonia il sofferto mondo dell’uomo con l’universo misterioso».

Sergio Zazzera

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]